Bettona, indagati ancora sulle spine
Il gip non ha deciso se revocare le misure cautelari agli undici coinvolti
di ENZO BERETTA
— PERUGIA —
NEL GIORNO più atteso dagli undici indagati finiti in carcere e agli arresti domiciliari dopo il blitz del Noe sul disastro ecologico di Bettona, il giudice per le indagini preliminari Claudia Matteini non si pronuncia. Sono scaduti i cinque giorni, ossia il termine ordinatorio previsto dalla legge, ma lo stesso magistrato che aveva siglato le richieste di custodia cautelare inoltrate dal pubblico ministero Manuela Comodi prende altro tempo. Quale decisione adotterà? Potrebbe confermare gli arresti e lasciare carta bianca al tribunale del Riesame (udienza in programma per il 10), alleviare le misure restrittive oppure scarcerare gli indagati. In carcere sono finiti quattro (anche ex) componenti della Codep, la cooperativa di imprenditori che aveva in gestione il depuratore di Bettona. Si tratta dell’attuale presidente, del geometra perugino Graziano Siena (48 anni), del suo vice Giovanni Mattoni (52), del vecchio consigliere Sergio Longetti (42) e di Nicola Taglioni (28). Insieme al membro del cda della Codep, quel Rinaldo Polinori (48) di Foligno che è andato a costituirsi al rientro dalla Corsica. Ai «domiciliari» invece tre dipendenti dell’Arpa fra cui Susanna D’Amico, spoletina di 49 anni responsabile della sezione territoriale Assisi-Bastia, il folignate Antonio Bagnetti (56) e il perugino Claudio Menganna (50). Stesso provvedimento era stato adottato nei confronti dell’autotrasportatore di Bettona Gianni Berretta (46), dell’imprenditore bresciano Stefano Zanotti (41) e di Massimo Mencarelli (43) di Bastia Umbra. Per Ubaldo Minelli (difensore di Longetti) che contesta i gravi indizi di colpevolezza ascritti dalla Procura, non c’é né rischio di inquinamento probatorio da parte del suo assistito né di reiterazione, perché «ormai dal 2006 è fuori dal cda» e «da mesi non ha più un suino nelle stalle». E se secondo il collega Francesco Falcinelli «non sembra configurarsi l’applicazione della normativa speciale di settore» perché «si verte in tema di liquame suino trattato in un impianto di digestione anaerobico come fertilizzante sul terreno agricolo», per il penalista Nicola Di Mario «la contestazione del reato associativo non sembra presentare spunti di congruenza e di reale tipicità, trattandosi di modello delittuoso complesso per la sua configurazione e non immediatamente sovrapponibile alla ben distinta ipotesi di concorso di persone nell’illecito penale». Di Mario aggiunge: «La struttura di depurazione è stata realizzata nella più completa osservanza delle disposizioni di legge interne e comunitarie e perciò eventuali esondazioni di liquidi sono riconducibili ad emergenze incolpevoli o fortuite».